Rocco Rodio


Trattato di varie opinioni di Musici sopra il contrappunto


(da Regole di Musica 1609)


Havendo io più volte con V.S. ragionato di tante varie opinioni, e capricci, che nei Musici sopra il contrappunto si trovano;

Mi fu da lei [l’intestatario della dedica] imposto che sopra queste confusioni, & contrarietà dei contrappuntisti (che certo ingombrano la mente dei poveri principianti curiosi di vedere tanta varietà di leggi e di opinioni) gli dicessi il parer mio.
Dunque il parer mio è, che l’Osservazione non è altro che,

  1. facendosi contrappunto per lo Soprano, si deve con le maggiori consonanze salire, & con le minori scendere,
  2. & per lo Basso è da osservarsi tutto il contrario, salir con le Minori & discendere con le Maggiori;
  3. e si devono legare quelle dissonanze, le quali sono salvate da consonanze imperfette, così per il Soprano, e come per il Basso; non di meno, io son di parere che,
  4. quando si fa sesta maggiore sciolta, si deve procedere con la quinta avanti, sopra la stessa battuta, per non cominciar con quella durezza nel principio della battuta;

Non sarà però caso di violata osservazione, se qualche bell’ingegno vorrà nei suoi contrappunti far altrimenti, & accadendo a legarsi la sesta maggiore con altra consonanza avanti, rendendo alla quinta, a mio giudizio non si contravviene alla regola della osservazione, che scende con la [sesta] maggiore. Perciò che, in questo passo, tal sesta si fa a guisa di dissonanza: che se la settima (la quale è più dura della sesta) può legarsi, chi dirà ragionevolmente che la sesta maggiore non si leghi venendo alla quinta?


Oltre a ciò direi che tutte le volte che il contrappuntista attende ad esser vago, e far buon effetto, non è obbligato a tanti capricci degli altri: perciò che alle volte il contrappunto ristretto, a tanti obblighi di regole, & osservazioni, non può esser vago, e di dolce effetto, opponendosi a questo, molti inconvenienti che da tali osservazioni nascono. Non perciò resta ch’io non lodi l’osservazione, ma siamo piuttosto obbligati al vago e dolce concento, che a tante sorti di leggi. Il ché chiaramente si conferma dalla autorità di coloro, che hanno atteso alla vaghezza più che alla osservazione. Perciò che, altra cosa è il dire, & altro il fare.
Ma quando, senza impedimento di qualche obbligo si potesse osservar, io lo loderei.